mercoledì 7 maggio 2008

La forza del prete, l'aiuto dei laici

Riporto di seguito la lettera che ho inviato nei giorni scorsi a Vittorino Andreoli e che è pubblicata oggi sullo speciale "Avvenire" dedicato ai sacerdoti: "I preti e noi".


Gentile professore Andreoli,
sono un diacono permanente e sto seguendo con attenzione lo speciale che stai curando su Avvenire “I preti e noi” . E’ un tema, credo, decisivo in questo tempo nel quale i grandi valori di sempre sembrano essere svaniti mentre, io penso, siano ancora vivi nel profondo di ciascuno e sono in attesa di “rinascere” a vita nuova.
Mercoledì scorso hai scritto, tra l’altro, che “Il sacerdote è l’uomo della speranza: non l’imbonitore che sa suggestionare, ma piuttosto l’exemplum del Cristo che si è fatto speranza per tutti gli uomini”.
Ora l’argomento è molto delicato e complesso in quanto riguarda il concreto della missione di ogni sacerdote che, impegnato nella parrocchia, si adopera per rispondere alla propria vocazione. Conosco, infatti, tanti sacerdoti che incarnano nel quotidiano questa significativa icona e sono perciò sostegno per tanti uomini e donne.
Ritengo, però, che a volte, ci sono situazioni, condizioni e stili di vita che appaiono impedire una piena e completa realizzazione del “sacerdote uomo della speranza”. Tra queste situazioni e condizioni mi sembra ci sia l’attuale struttura organizzativa della parrocchia nella quale il presbitero è l’unico centro ma anche colui il quale materialmente si occupa di tutto assorbendo su di sé un carico che diventa sproporzionato rispetto alla propria “forza”. Mi spiego. Se il parroco è colui il quale si deve occupare di tutto, (esempio: acquisto del cero pasquale, sistemazione dei fiori, della carità, della gestione economica quotidiana, della manutenzione delle strutture, ecc.) è molto difficile che possa trovare il giusto tempo per la preghiera e per la cura profonda della spiritualità di cui i fedeli hanno bisogno.
Forse è veramente necessario che la struttura parrocchia preveda una diversificazione di compiti e di funzioni che pur avendo come “centro” il presbitero-parroco, veda la partecipazione responsabile di altri ministri ordinati (esempio diaconi) e di laici qualificati. Ciò da un lato può permettere al presbitero-parroco di avere più tempo per curare la spiritualità della comunità e la liturgia, dall’altro attribuisce responsabilità ad altri che condividono il cammino di servizio per la comunità.
Credo che questo “nuovo” stile meriti di essere maggiormente incoraggiato affinché il sacerdote possa concretamente essere “strumento” che unisce la comunità cristiana ad un livello più profondo. E’ un nuovo stile di vita parrocchiale che favorisce, quindi, “legami” più forti più stabili e più autentici tra sacerdote e comunità e, soprattutto, mi sembra, capace di realizzare nel concreto quel dare e ricevere speranza che, come tu ben suggerisci, è in grado di sostenere la “fatica del vivere” e assicurare preti e comunità (aggiungo) più felici.
Vincenzo Testa
Diacono permanente, Arcidiocesi di Gaeta

5 commenti:

julo d. ha detto...

Quando circa 9 anni fa il parroco venne nominato "capo" della mia parrocchia, una delle prime cose che fece fu proprio quella di 'spartire' compiti che non richiedevano l'Ordine nel grado di presbitero. Adesso in parrocchia per ogni compito c'è un responsabile che lo gestisce e lo cura.
Certo che la collaborazione col parroco deve esserci, perché in ultima analisi il responsabile rimane sempre lui. Però se c'è un rapporto di fiducia reciproca le cose funzionano molto bene. Da una parte i laici (e eventuali diaconi presenti in parrocchia) si sentono valorizzati e corresponsabili, e dall'altra i presbiteri hanno più tempo per fare ciò che solo loro possono fare.

Pace e benedizione
Julo d.

padre natalino ha detto...

Carissimo Vincenzo, condivido appieno quanto scritto sull'articolo. La tua opera di divulgazione di questi argomenti è estremamente importante: ci fa riflettere su problematica molto importanti per il futuro della nostra Chiesa.
P. Natalino

vincenzo ha detto...

Caro Padre Natalino,
il nostro tempo è pieno di testimonianze positive ma, purtroppo, non mancano i segni di contraddizione. Voglio sperare che la responsabilità diventi sempre più patrimonio condiviso tra parroci e comunità.
un abbraccio
vincenzo

luigi vidoni ha detto...

Caro Vincenzo, nella tua lettera hai affrontato una situazione ecclesiale molto attuale e che ci tocca da vicino. Si potrebbe essere tentati di liquidarlo con poche parole, col rischio così di banalizzare il problema… Lo sappiamo, è un dibattito aperto e di non facile immediata soluzione, perché coinvolge persone, rapporti, mentalità, visioni concrete di chiesa, situazioni consolidate e dure a morire…
La situazione attuale è frutto, penso, della crisi in atto nella nostra società e quindi anche nella nostra realtà di chiesa.
"Il sacerdote è l'uomo della speranza", lo sarà sempre, anche se "oberato di lavoro", se in lui non si spegne la coscienza di essere "strumento di Cristo" e punto di riferimento delle persone affidate alla sua cura pastorale.
Questa "speranza", che alle volte alla resa dei conti appare utopica, è offuscata dal nostro modo concreto di impostare la pastorale parrocchiale.
Tu ne fai un'analisi abbastanza poco consolante, ma veritiera…
Penso però che non si debba generalizzare. Dipende anche dalla cultura locale, più marcata in certe zone geografiche, in altre meno.
In molte si sta attuando esperienze di partecipazione alla conduzione della parrocchia che sono veramente profetiche.
Personalmente ritengo che al di là della spartizione di compiti (alla quale sento una certa allergia, perché è sempre una visione di "potere" molto lontana da una visione diaconale della pastorale), manchi nelle nostre comunità una coscienza comunitaria, comunionale di chiesa. L'ecclesiologia di comunione di cui si parla tanto è una realtà non teorica, ma esistenziale, vitale. Basti pensare ad una famiglia (che, essendo chiesa domestica, è paradigma della compagine ecclesiale più vasta): lo sappiamo, la comunione si costruisce ogni giorno nel dialogo, nell'ascolto, nel sacrificio, nella rinuncia, nello scambio gioioso dei doni di ciascuno… Se questo stile di vita non si concretizza nella vita della parrocchia (e questo comporta una conversione a tutti i livelli!), è "perdita di tempo" tutto il nostro lavoro pastorale.
Per esempio (e qui potrei portare l'esperienza personale) la presenza del diacono nel consiglio pastorale parrocchiale è significativa, perché egli può in concreto "essere l'anima" di quella diaconia che si esprime in forma comunitaria nel consiglio pastorale.
Manca la coscienza "profetica" di ciò che Dio chiede oggi alle chiese.
Prima del fare, viene l'essere… e qui casca l'asino!

Con sincera amicizia,
Luigi

vincenzo ha detto...

Caro Luigi,
grazie per il tuo contributo che mi consente di chiarire ancora meglio. Non si tratta di una divisione di compiti ma della esaltazione del ministero del presbitero "uomo della speranza" e della concreta possibilità di assicurarle a Lui e, quindi, alla comunità di "godere" di un accompagnamento spirituale che solo Lui può assicurare. E' solo questo il senso del mio dire e del mio pensare. L'unità, infatti, si costruisce attorno all'Eucarestia e ad una spiritualità che la comunità vive concretamente.
un abbraccio
vincenzo